Se per assurdo leggessimo il libretto del Flauto Magico ignorando
completamente la partitura, potremmo chiederci se Mozart fosse il
compositore più indicato per musicarlo.
Basta guardare il Frontespizio originario del Libretto per riconoscere
inequivocabili simboli del rito massonico, nonché di tutta la tradizione
esoterica. E’ ben vero e risaputo che Mozart fin dal 1784 entrò a far parte
di varie logge massonica fino a raggiungere in breve tempo il grado di
Maestro nella Loggia “Zur Gekrönten Hoffnung”; e ammettiamo pure, come
afferma molta critica illustre, che l’adesione agli ideali filantropici e
alla dottrina segreta fosse entusiasta e sincera. Ci potremmo comunque
domandare come il compositore dei Quartetti Prussiani e di tutte quelle
opere-cifre del classicismo e implicitamente dei valori estetico-culturali
dell’Aufklärung, abbia potuto metter mano ad una fabula misteriosofica;
ugualmente ci possiamo domandare come il compositore dei capolavori
realistici quali Le Nozze di Figaro, il Don Giovanni, il Così Fan Tutte, sia
passato ad una fiaba allegorica.
Verrebbe quasi da pensare che certi scenari esotico-misterici presenti nelle
indicazioni sceniche e nei bozzetti degli allestimenti si adatterebbero
meglio al mondo rarefatto e onirico di molta musica post romantica.
Eppure in poche opere si può rintracciare una sinergia testo-musica tanto
piena ed efficace. Se leggiamo l’opera nei suoi due livelli sostanziali, per
altro inscindibili – quello testuale e quello simbolico- esoterico, il
Singspiel sembra funzionare in entrambi i casi. Siamo nel 1791, l’ultimo
anno della vita di Mozart: Il suo linguaggio era giunto ad un tale grado di
purezza, trasparenza e semplicità che poteva ben proiettarsi al mondo della
fiaba preromantica. In secondo luogo il “classicismo” dell’ultimo Mozart non
solo può considerarsi la sublimazione del classicismo europeo, ma è a ben
vedere la quintessenza dei valori massonici: Ordine, Simmetria, Armonia.
Ora sarà il caso di prendere in esame le motivazioni estrinseche ed
intrinseche che determinarono una tale svolta del percorso artistico di
Amadeus.
Non ci dilungheremo sul contesto letterario, ma ci limiteremo a sottolineare
la fioritura della letteratura fiabesca primoromantica intorno agli anni
’70-’90. Del 1780 è l’Oberon, noto poema di C. Wieland (1733-1813) autore di
svariati racconti fantastici e per altro della novella Lulu Oder die
Zauberflöte, da cui Schikaneder trasse per l’appunto il soggetto del suo
Zauberflöte. Negli stessi anni, sull’onda dei trend protoromantici,
apparvero sulla ribalta teatrale gli Zauberstucke, ovvero singspiel
fantastici, rivolti ad un pubblico sostanzialmente popolare: le trame, le
ambientazioni e gli effetti scenici facevano ricorso ad un meraviglioso
puerile e non immune da tratti comici. Il genere si codificò talmente che il
termine Zauber divenne un marchio pressoché obbligatorio in ogni titolo.
Bene, in questo tormentone viennese si affermò la figura di Emanuel
Schikaneder, forse il più rinomato teatrante e capocomico dell’area tedesca
di fine secolo. Schikaneder conobbe Mozart nel 1780 quando passò a
Salisburgo per la rappresentazione di Thamos un dramma eroico a sfondo
vagamente massonico, per il quale Mozart nel ’73 aveva già composto le
musiche di scena. I due si rincontrarono nove anni dopo, quando Schikaneder
si affiliò alla loggia della speranza incoronata di cui Mozart, come detto
poc’anzi, maestro; fu allora che entrambi, decisero di cavalcare l’onda
della Zauberopera. Bisogna dire che entrambi avevano bisogno di sicurezza
finanziaria ed un successo sarebbe stato una boccata d’ossigeno. Sarebbe
comunque un errore attribuire il tutto soltanto a motivazioni concrete: la
Zauberopera era un’occasione per dare voce a dei contenuti massonici: le
atmosfere incantate e fiabesche erano l’humus ottimale per la creazione e la
trasmissione di percorsi simbolici. Inoltre la vena popolare sia nella
dimensione scenografica, sia drammaturgia, sia musicale indubbiamente
rispondeva alle spinte filantropiche e umanitarie della Massoneria.
Dobbiamo considerare anche il percorso evolutivo dell’Artista Mozart:
Amadeus aveva chiuso con l’opera di corte; è vero che il nuovo Kaiser
Leopoldo II lo aveva di fatto liquidato; ma è anche vero che Mozart avrebbe
potuto accettare un invito a Londra, per continuare la sua carriera
“mondana”. Il flauto magico non fu solo una scelta dettata dalle
contingenze: è uno sviluppo necessario del suo fare musica. Innanzi tutto
già da tempo il musicista si era dedicato alla creazione di composizioni
massoniche, precisamente dieci cantate: non si può trascurare l’indubbio
valore artistico di alcune di esse e l’influenza che alcuni tratti
caratteristici di tale musica ebbero su molti capolavori “essoterici”.
Ma se estendiamo lo sguardo alla produzione globale degli ultimi anni,
possiamo rinvenire, come giustamente rilevano il Mila e il Paumgarten, sia
nelle scelte compositive, sia nel clima espressivo delle musiche, una sorta
di distacco dal mondo. Se consideriamo l’ultimo anno di vita, possiamo
notare che la stragrande maggior parte della sua produzione è dominata da
musica, per così dire, disimpegnata: minuetti, ländler, danze tedesche,
contraddanze, musica per carillon e addirittura per tubolari di vetro.
Le turbolenze del Don Giovanni, dei concerti per pianoforte K466 e K 491 e
lo slancio vitale delle ultime sinfonie sembrano ormai abbandonati. Rimane
la sovrumana trasparenza e imperturbabilità del concerto per clarinetto,
degli ultimi due quartetti, del quintetto in mi bemolle e del concerto per
pianoforte K 596, l’ultimo della serie: abbiamo quasi l’impressione che
Mozart abbia varcato, come il suo eroe Tamino, il fuoco iniziatico e la
morte stessa e abbia raggiunto quella serenità cristallina ed equilibrio
olimpico della mitica Hellas vagheggiata da Goethe, Schiller e Winkelmann. E
questo limbo di Aurea Aetas ci appare come l’humus ottimale per la fiaba:
chi ha superato la morte può accedere all’edenico tempo del mito e, in un
orizzonte progressivo, all’utopia massonica. Gli stessi Papageno e Tamino
incarnano la duplice tendenza, ma convergente in un unico orizzonte della
natura ingenua e dell’Eden riconquistato. Potremmo dire che Mozart allora
soddisfi pienamente il livello testuale e potremmo fermarci al poeta ingenuo
fondatore della Romantisch Opera; ma sappiamo che i due livelli sono
inscindibli: il tempo mitico della fiaba è il tempo della saggezza assoluta
e della rivelazione misterica. Il regresso-progresso alla purezza originaria
ci rivela anche il Mozart filosofo, creatore di paradigmi universali e di
percorsi esoterici. Il suo miracolo è aver risolto nel gioco con irridente
semplicità, talora comica, il viaggio dell’anima verso la rinascita
spirituale e la felicità; la superiorità di Mozart rispetto ai suoi
contemporanei fu proprio nel cogliere l’essenza ludica del suono e nell’aver
raggiunto la purezza attraverso il recupero la naiveté.
Proprio la sua semplicità e l’adamantina trasparenza ci consentono di
recuperare il valore speculativo della musica, lo stupore pitagorico di
fronte al suono apofantico. La musica diventa il paradigma dell’ordine
cosmico: il fare musica diventa attività demiurgica e replica dell’attività
creatrice del “Dio Architetto dell’universo”. In tal senso è suprema arte
massonica perché rivolta a svelare, come l’architettura e la geometria, la
sacralità del numero e della proporzione. La cifra del suo potere creativo e
taumaturgico è proprio il flauto magico che le tre damigelle donano a Tamino:
“Con questo puoi ritenerti onnipotente, / puoi mutare le passioni umane; /
il triste diventerà lieto / l’amore conquisterà lo scapolo”. La ricerca di
Mozart passa attraverso lo studio della polifonia Bachiana e la creazione
dei capolavori contrappuntistici, quali il finale della Sinfonia Jupiter,
L’Adagio e Fuga per quartetto d’archi K 546, e l’Ouverture del Flauto
Magico, per l’appunto.
E’ stata fatta un’ analisi della Passacaglia e Fuga BWV 582 di Bach rivolta
a decifrare nei percorsi contrappuntistici le proporzioni tra le traiettorie
dei pianeti e tra le parti del corpo umano. Sarebbe assai interessante fare
lo stesso con le architetture mozartiane al fine di svelarne le rispondenze
numeriche e ricondurle alla simbologia massonica. Naturalmente questo non è
la sede per farlo: cercheremo di tracciare un breve quadro sui simboli
numerici presenti nel testo e nella musica e sulla simbologia esoterica.
-II-
Se diamo un’occhiata ai bozzetti dell’opera e all’indicazioni scenografiche,
abbiamo l’impressione di un pastiche da gioco di ruolo, oppure da bazar del
benessere, con oggettistica un po’ esoterica, un po’ orientaleggiante e a
dire il vero un po’ kitsch: piramidi e templi, palme accanto ad un castello
medioevale; un bosco di cipressi un giardino all’Italiana, un orrido
montano; damine da salottino settecentesco, tavoli turchi, una gondoletta e
addirittura abiti giapponesi… Indubbiamente Schikaneder voleva far colpo sul
viennese piccolo borghese e stuzzicare la fantasia variopinta dei bimbi
dell’ Auf der Wieden.
Eppure quello che a noi sembra di cattivo gusto allora non lo era:
innanzitutto era un’abitudine letteraria già consolidata in quelle fiabe
sei-settecentesche che volessero creare delle ambientazioni esotiche e
dislocare le vicende nello spazio del mito. Bisogna soprattutto ricordare
che il sincretismo culturale era uno dei tratti fondamentali della
Massoneria.
Ma l’area culturale che risalta maggiormente è senza dubbio l’Egitto.
Potremmo credere che sfingi, Piramidi, obelischi, sarcofagi e geroglifici
siano una moda degli ultimi tempi. In Realtà il fascino dell’Egitto si fece
sentire fin dal Rinascimento: il Corpus Hermeticum, raccolta di testi che
ebbe un’influenza determinante su tutta la filosofia ermetica, fu a lungo
attribuito al dio Thoth. L’Egitto era percepito, forse in virtù della
lontananza cronologica e del mistero dei geroglifici, come un’era arcana di
sapienza superiore e una tappa fondamentale della rivelazione divina;
inoltre i culti egiziani, fin dagli scritti di Bruno, Campanella e Kircher,
sembravano quelli che meglio incarnassero l’utopia di una religione
universale e naturale; e ben sappiamo come il Settecento e la Massoneria
vagheggiassero un credo al di sopra delle scissioni interne al
Cristianesimo. La venerazione della luce, della verità e al limite della
ragione, potevano trovare dei degni feticci nei culti solari di Ra, Horus e
Osiride. Ignaz von Born, figura ieratica della massoneria Viennese, che
potrebbe celarsi dietro le spoglie di Sarastro, pubblicò nel 1784
l’avvincente articolo Űber der Mysterien der Aegypter in cui sosteneva le
origini egizie della Libera Muratoria. Questo testo, congiuntamente a
Plutarco (De Iside) Eliodoro (Etiopiche), Apuleio (Metamorfosi) e
soprattutto il romanzo ermetico Sethos dell’ abate Terrasson dovettero
fornire molto materiale di ispirazione per Schikaneder e probabilmente per
Mozart stesso.
Quello che suonava particolarmente attraente era la coppia mistica di Iside
e Osiride. Innanzitutto il mito di Osiride, che descrive la sua morte per
mano del fratello Seth e la resurrezione-reincarnazione nel figlio Horus,
può considerarsi un archetipo della rigenerazione spirituale e dei rituali
massonici di mortificazione e rinascita. Ma soprattutto gli esoteristi
interpretarono le due figure come la dualità fondamentale (principio
lunare-femminile e principio solare-maschile) su cui si fonda il divenire
cosmico. Il Flauto magico è in fondo un mito imperniato sul passaggio
dall’oscurità alle tenebre e sulla rinascita come pacificazione e dei due
poli antitetici e della dualità irrisolta.
Ebbene questa dualità fondamentale è il motivo conduttore di tutta l’opera e
dei suoi schemi simbolici. I tre personaggi trionfanti, Tamino, Pamina,
Papageno subiscono questo processo e attraverso prove iniziatiche
raggiungono la luce. L’antefatto ce ne offre una manifesta dimostrazione: in
principio il cosmo era suddiviso tra il regno della luce e il regno della
notte, ovvero tra un innominato re solare e la Regina della Notte, figlia di
Iside. L’unione non è armoniosa, pacificante, è in realtà una spartizione
dei cicli cosmici; ma da questa si genera Pamina che con Tamino raggiungerà
la risoluzione dell’antitesi. Alla sua morte, il re consegnerà a Sarastro,
sacerdote sommo del tempio di Iside e Osiride, il “settemplice cerchio
solare” (simbolo della saggezza e del percorso iniziatico) sottraendolo alle
mire maligne della regina. Sarastro farà anche sequestrare Pamina per
toglierla dall’ influsso negativo della madre.
La Regina della notte, ovvero Astrifiammante, potrebbe essere un surrogato
di Iside, dal momento che rappresenta uno- il lato notturno e femminile- dei
due poli antitetici. Ma è ben evidente che è una figura assolutamente
negativa. Bisogna dire che la Massoneria era un’istituzione fondamentalmente
maschile e maschilista. Non di meno l’opera è costellata di frecciatine
misogine: le tre dame al servizio della regina sono un emblema del vuoto
chiacchiericcio e della vanità femminile: queste cercheranno di distogliere
Tamino dai rituali e di romperne il voto del silenzio.
Ebbene la regina della notte rappresenta il bersaglio dell’antifemmismo
massonico: la notte-femmilità si carica di quei valori negativi che l’Aufklärung
attribuiva al simbolo dell’oscurità: falsità, oscurantismo, superstizione,
ignoranza e in definitiva malvagità. Si può dire che assimili i caratteri
negativi della dualità irrisolta e l’incapacità del sesso femminile di
raggiungere autonomamente l’illuminazione (rappresentata dal numero tre).
Non a caso I pitagorici ritenevano che i numeri pari, e il loro capostipite,
il numero due, fossero numeri imperfetti e li chiamavano proprio numeri
femminili.
La regina della notte compare proprio due volte. La prima aria è scritta in
si bemolle maggiore, tonalità che contiene due bemolli in chiave. Nella
seconda aria in un cupo re minore rivela tutta la sua natura notturna e
demoniaca: “La vendetta dell’inferno ribolle nel mio cuore/ morte e
disperazione m’infiamman tutt’intorno”. Quindi consegnerà a Pamina un
coltello per uccidere Sarastro.
Il tratto caratteristico del personaggio è indubbiamente il trattamento
della vocalità, specialmente se confrontata alle altre voci: possiamo
affermare difatti che il clima lirico dell’opera è tendenzialmente schietto
e popolareggiante. A lei spettano invece delle acrobazie vocali inaudite. E’
qualcosa che la riconduce al fasto dell’opera eroica italiana e alle
lussureggianti arie di coloritura: il passato, un mondo che Mozart, come
abbiamo già detto, aveva ormai abbandonato. Il passato è appunto l’ancien
regime contrapposto alla nuova era dell’utopia massonica. Questi vocalizzi
hanno qualcosa di inquietante, come se fossero artifici di magia nera; ma la
regina della notte è pur sempre una figura sovrumana dotata di poteri
straordinari: “di tutte le figure del Flauto Magico –rileva Breydert nel
saggio Le Genie Createur de Mozart - questa regina è la più lontana dal
mondo visibile; suo regno è il freddo scintillante splendore del cielo
stellato”. La figura mitologica che potrebbe avvicinarsi è Lilith, la
dea-luna calante, ovvero l’aspetto più sinistro e incontrollabile della
femminilità. Un mito cabalistico la ritrae come la prima moglie di Adamo e
narra che fu bandita dall’Eden per non essersi sottoposta all’autorità
maschile; così la regina della notte è stata relegata nel regno delle
tenebre in un giardino ai margini della civiltà. Le sue peripezie isteriche
sono quelle di una menade che rivendica il matriarcato e che vorrebbe
sottrarre all’ordine patriarcale la figlia e riportarla a sé.
Appartengono al mondo notturno e alla sua negatività altre quattro figure, o
meglio due: le tre dame e Monostrato.
Dietro le tre damigelle probabilmente si nasconde il cosiddetto ordine dei
Mopsi, la prima confraternita femminile che non godeva di particolare
credito e simpatia: vanerelle e petulanti rappresentano l’incapacità della
donna di penetrare i misteri divini e di accedere alla gnosis; difatti
all’interno della loggia dovevano presiedere sempre figure maschili e
controllarne le intemperanze. Come già menzionato, nel secondo atto
cercheranno di ostacolare la prova del silenzio e di calunniare la
Massoneria. Tamino risponderà: “Chiacchiere riportate da donne/ e ideate da
ipocriti”. Insomma i detrattori dell’ordine appartengono al mondo delle
tenebre e della falsità. Difatti all’inizio dell’opera, quando irrompono
sulla scena per uccidere il serpente e salvare Tamino, appaiono come figure
falsamente benefiche: il tutto è compiuto per trarre il principe in inganno
e per indurlo a recuperare Pamina e sottrarla a Sarastro. Come la regina
della notte appaiono due volte: la prima sotto le mentite spoglie di una
giusta rivendicazione; la seconda apparizione rivela le loro intenzioni
negative. Quasi a sottolinearne la loro identità fallace, Schikaneder, da
cinque che erano originariamente, le ridusse a tre contrapponendole
simmetricamente ai tre fanciulli (le tre guide reali di Pamino).
Il moro Monostrato, custode di Pamina, è indubbiamente associato
all’elemento terra: in primis per il colore della pelle; poi per il suo
forte e abbastanza manifesto estro sessuale rivolto verso Pamina. Pur
essendo figura negativa, Schikaneder e soprattutto Mozart lo tracciano con
grottesca bonarietà e addirittura gli fanno rivendicare in una simpatica
arietta alla Turca il diritto di amare ad essere amato. La regina della
notte gli prometterà Pamina e lo attirerà nella sua sfera d’influenza.
Ritroveremo questi due insieme alle tre damigelle nella terzultima scena in
un quintetto dalle tinte un po’stregonesche – una levità quasi
mendelssohniana -: cercheranno di irrompere nel tempio della saggezza e
sprofonderanno per sempre nelle tenebre eterne. E’ la scena trentesima: il
trentesimo grado della massoneria scozzese ha come motto la frase latina “Ab
Chaoso Lux”: difatti, senza soluzione di continuità, immediatamente dopo
vedremo irrompere i raggi del sole che sanciscono il definitivo trionfo
della luce.
Appartengono al mondo della luce i personaggi di Papageno e di Sarastro, ma
tuttavia non risolvono l’opposizione diadica.
Papageno, l’uomo-uccello, orbita ancora in parte attorno al regno della
notte: difatti è l’uccellatore della regina Astrifiammante e si aggira
costantemente nel suo giardino. In quanto uomo uccello appartiene
chiaramente alla sfera dell’aria, elemento intermedio tra il mondo
acquatico-tellurico della regina e quello igneo di Sarastro e Tamino. E in
quanto aereo e mobile segna la transizione tra le due sfere.
Il suo strumento sono i campanelli d’argento contrapposti al flauto d’oro. A
ben guardare l’elemento argento nella tradizione esoterica è regolarmente
associato alla luna e alla femminilità. Nella triadicità alchemica coincide
con la fase dell’albedo, precisamente la seconda e occupa una posizione
intermedia tra la nigredo (stadio dell’indeterminatezza della materia,
associata al piombo) e la rubedo (fase che preannuncia la conquista dell’oro
filosofale). Nell’opera lo troviamo in altri due oggetti: le frecce con cui
le tre damigelle uccidono il serpente e le palme che tengono in mano i tre
genietti: benché questi ultimi siano delle figure assolutamente positive e
luminose, in quanto bambini, sono ancora incompiuti e in questo senso,
“argentei”. Sono sì saggi e belli, come vengono definiti dalle tre
damigelle, ma non ancora forti e per tanto non realizzano completamente la
triade forza-bontà saggezza.
Ebbene, l’albedo preannuncia la rubedo ma è ancora uno stadio imperfetto e
incompleto. Se Tamino è personaggio idealista e continuamente proteso al
superamento del limite, Papageno rimane circoscritto ad uno spazio conchiuso
e limitato alla realtà concreta; i suoi interessi sono sostanzialmente
materiali: mangiare, bere e salvare la pelle: il suo sogno costante e ideale
più elevato è una “mogliettina o ragazzetta”, senza chiaramente il portato
allegorico delle aspirazioni di Tamino. Naturalmente non supererà nessuna
delle prove iniziatiche, ma ben lungi dal rappresentare un antieroe del
principe, finirà per rimarcare la sua natura naif e la sua bonaria comicità.
Personaggio a metà strada tra il buon selvaggio rousseauviano (la sua
configurazione semiaviaria, al di là di non chiari significati massonici, ci
riporta ad un forte legame con il mondo arboreo e la natura) e il
Gianni-salsiccia del teatro popolare, concentra tutta la simpatia di Mozart
che lo tratteggia con una vocalità tutta viennese ( strofe a couplets)
presaga del liederismo schubertiano del Die Schöne Müllerin. Alla fine, con
grande magnanimità gli sarà concessa, per averla accettata anche sotto le
mentite spoglie di una donna anziana, la sua agognata Papagena.
La figura di Sarastro (una derivazione di Zoroastro) fuor di dubbio
appartiene al regno della luce tanto che gli si potrebbe attribuire
l’elemento fuoco (tradizionalmente associato alla casta sacerdotale);
tuttavia, pur gravitando attorno al polo positivo, non raggiunge in sé la
risoluzione triadica. Innanzitutto regna sui sacerdoti e soprattutto su un
manipolo di schiavi. La redenzione della luce può essere anche letta in
chiave politico-sociale come l’emancipazione dell’uomo dai vincoli
dell’Ancien Regime e l’attuazione degli ideali libertari ed ugualitari della
Massoneria stessa. Inoltre in quanto sacerdote è sterile. Ma in quanto
sacerdote, come compare frequentemente nell’iconografia alchimistica, è
l’elemento che stringe le nozze alchemiche tra il principio maschile (zolfo)
e quello femminile (mercurio), ovvero tra Tamino e Pamina.
In un certo senso, se vogliamo individuare delle coppie di opposizioni,
Sarastro è la figura antagonista della regina della notte e ne subisce la
sorte inversa. All’inizio appare, in quanto rapitore di Pamina, come figura
negativa; poi dopo il coup de Theatre, rivela la sua vera natura. Secondo
una palese strategia teatrale i due personaggi sono quasi giustapposti nelle
scene undicesima e dodicesima del secondo atto. Tanto è agitata e
virtuosistica la vocalità della regina, quanto è pacata, sobria e lineare
quella di Sarastro, così come la struttura rigidamente strofica; tanto sale
in alto l’una, tanto scende in basso l’altro, quasi a simboleggiare la
profondità della conoscenza ermetica.
Esordisce sulla scena accompagnato da sei leoni, animali costantemente
associati al sintagma oro-sole-fuoco. Impossibile decifrare con certezza a
che cosa possa riferirsi il numero sei (altrettanto vale per i 18 seggi che
compaiono nella scena iniziale del secondo atto e i diciotto anni di
Papagena); potremmo riferirlo alle sei punte della stella di Davide,
segnacolo assai diffuso in ambiente massonico: a ben vedere la stella è
composta da due triangoli capovolti, ovvero ancora il principio maschile e
quello femminile congiunti armoniosamente.
Abbiamo già detto che Sarastro custodisce il settemplice cerchio solare;
tanto l’introduzione quanto la conclusione dell’aria che abbiamo menzionato
si fondano su figure di sette note. Non ci soffermeremo sugli innumerevoli
significati del numero sette: basterà dire che in quest’opera vale a
significare la saggezza esoterica e l’ordine cosmico; nel frontespizio
originario troviamo, tra gli altri simboli, un obelisco con i segni dei
sette pianeti. Ovviamente non può sfuggire l’analogia con la notazione
musicale, cifra dell’armonia cosmica; ma rappresenta anche l’ascesa
catartica della materia -e dell’iniziato- attraverso le progressive
purificazione dal piombo all’oro filosofale passando per gli altri cinque
metalli. Sette volte risuona complessivamente il triplice accordo massonico,
quasi a scandire il percorso catartico degli iniziati.
Abbiamo esaminato le complesse dinamiche concettuali che gravitano intorno
alla diade luce/tenebre. Ci resta da analizzare la triade il suo significato
e i due personaggi sostanziali che la realizzano.
Il numero tre è un numero archetipico che senza dubbio prescinde, e in un
certo senso fonda, il ricco portato simbolico che gli ha attribuito la
cultura cristiana. In questo senso possiamo vedervi il naturale compimento
di uno schema oppositivo: allora non sarà improprio leggere in esso il
momento sintetico di un processo dialettico. Se ad esempio esaminiamo la
figura di Pamina, possiamo collocarla in una triade insieme a Iside e la
madre Astrifiammante. Iside rappresenta il primo polo, positivo ma ancora
astratto, vale a dire lo stadio della materia primordiale e indeterminata.
La regina della notte come abbiamo visto è il polo negativo e si oppone
antiteticamente alla prima rivendicando il matriarcato, ovvero una
femminilità selvaggia e sregolata. Pamina recupera il valore positivo della
prima e lo realizza attraverso la subordinazione-inglobamento al principio
luminoso maschile.
Il numero tre è la cifra simbolica che figura maggiormente in tutta l’opera.
Innanzitutto nella partitura mozartiana: il mi bemolle maggiore, tonalità
dell’ouverture- che inizia d’altronde con un triplice accordo e lo ripropone
per tre volte nella sezione centrale- e frequente in tutto l’arco
dell’opera, è tonalità assai luminosa e per l’appunto ha tre bemolli in
chiave. Ancora ricorderemo i frequenti e luminosi accordi di terza, nonché i
curiosi aspetti di strumentazione per gruppi di tre. Ancora il triplice
accordo dell’Ouverture, come abbiamo già detto, compare sette volte (3+3+1);
la nota singola quindi apparirà ventun volte complessive: e se sommiamo le
cifre, otteniamo ancora il numero tre.
Osservando l’intreccio e la scenografia troveremo spessissimo questo
leitmotiv: tre sono i templi che si presentano a Tamino, il tempio della
Natura, il tempio della saggezza, il tempio della ragione. Tre volte busserà
alle porte del tempio della saggezza; tre sono i genietti sentenziosi che
condurranno Tamino al tempio; questi gli impongono insistentemente la triade
delle virtù fermezza pazienza e riservatezza.
Il numero tre ha indubbiamente un uso massiccio in tutta la tradizione
esoterica e rientra costantemente nei rituali e nei simboli massonici: basti
pensare che uno degli emblemi è la squadra triangolare oppure il compasso;
non possiamo dimenticare il trisagio Bellezza, Forza, Saggezza che compare
nel coro finale dell’opera. Attorno a questo numero si strutturano anche i
gradi del rito scozzese, precisamente trentatre, suddivise in tre gerarchie:
apprendista, compagno, maestro che a ben guardare coincidono il processo
spirituale della materia nigredo, albedo, rubedo. Ebbene il percorso di
Tamino e parallelamente di Pamina e Papageno è il percorso d’iniziazione ed
il passaggio dalle tenebre alla luce: dall’ignoranza iniziale simboleggiata
dal serpente all’illuminazione. Le prove che dovrà affrontare sono delle
tracce più o meno manifeste dei rituali e delle prove iniziatiche
all’interno della logge viennesi. In questo senso i tre genietti
rappresentano i tre fratelli inquisitori che vagliano l’idoneità ed
introducono il neofita alle porte del tempio. Qui il principe verrà saggiato
da un Sacerdote. Anche le tre porte hanno un preciso riferimento alla
prassi. Alla domanda “Che cosa cerchi?” Tamino risponde: “amore e virtù”
risposta che gli varrà la prima approvazione; ma il giovane, agendo ancora
nell’orbita della Regina, è ancora cieco -“Oh notte eterna quando svanirai”-
ed animato da odio e vendetta per Sarastro. Finché nutrirà sentimenti
malevoli, il binomio Pamina-illuminazione sarà irraggiungibile. Per uscire
dalle tenebre Tamino dovrà essere pronto al cambiamento radicale, a morire e
rinascere: la morte rituale consiste nell’incappucciamento dei due
forestieri e nella reclusione nell’atrio del tempio. Questa stanzetta
angusta corrisponde alla cosiddetta camera di riflessione: è questa una
cella oscura e sotterranea dove il candidato viene introdotto con gli occhi
ancora bendati. Scheletri, teschi e scritte minatorie invitano il neofita a
rinunciare la proprio proposito e saggiano la sua capacità di affrontare la
morte; la cosiddetta “prova del silenzio” a cui Tamino viene sottoposto
consiste per l’appunto nel saper resistere ai tentativi delle tre damigelle
di spaventarlo e riattirarlo nel regno della notte. La discesa nella camera
oscura è anche una ritualizzazione della morte stessa. Nell’incisione del
frontespizio troviamo la testa di un cadavere, probabilmente Hiram, il
mitico fondatore del tempio ucciso a tradimento da tre compagni; ma è anche
una rinascita e riattualizza così il mito di Osiride. Coincide con la
putrefactio del primissimo stadio alchemico che nasconde in potenza la
pietra filosofale. Infatti osservando ancora il frontespizio a destra,
troviamo un vaso gigantesco, la matrix alchemica, il vero e proprio “utero”
della pietra filosofale. In questo senso rappresenta anche la discesa nella
propria interiorità e la ricerca della sapienza nascosta come testimonia
l’acrostico V.I.T.R.I.O.L. che vi troviamo spesso inciso: Visita Interiorem
Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem.
Volendo ricondurre la natura delle prove al mondo elementale, questa
senz’altro sarebbe la prova della terra; più difficile individuare quella
dell’aria: potrebbe essere la scena sedicesima del secondo atto, allorquando
i tre genietti faranno calare dall’alto una ricca tavola imbandita alla
quale ovviamente Papageno non saprà resistere. Tamino si “ciberà” del suo
flauto e del suo suono aereo.
Le prova esplicita è quella finale, dell’acqua e del fuoco. Dobbiamo
ricondurla al portato simbolico dei due elementi, ovvero la fusione finale
del principio maschile e di quello femminile. Difatti questa prova spetta
alla coppia Pamina-Papageno. Tutti e due dichiarano di essere pronti ad
affrontare la morte, vale a dire l’annullamento della propria individualità,
o meglio, la purificazione l’uno attraverso l’altro, di quanto vi è di
negativo, e in termini alchimistici, la volatilizzazione del fisso e la
fissazione del volatile. All’ingresso presiedono due uomini armati che
pronunciano il monito: “Chi percorre questa strada irta di fatiche/ si
purifica con acqua, aria, terra e fuoco;/ se saprà vincere la paura della
morte, balzerà dalla terra verso il cielo”. La prova consiste nel percorrere
un antro angusto e attraversare una probabile cascata d’acqua e un muro di
fuoco. I guardiani cantano un duetto musicato sul tema dell’allora noto
corale luterano “Ach, Gott vom Himmel, sieh darein” parafrasi del Salmo XI
la cui quinta strofa suona pressappoco così: “L’argento che è stato sette
volte provato dal fuoco sarà trovato puro”. Vale a dire la femminilità
(argento) ha bisogno dell’elemento maschile (fuoco) per realizzarsi e
purificarsi dalle tenebre. Se andiamo a vedere l’Ouverture la prima sequenza
di accordi risponde senz’altro al trisagio massonico; ma ne seguono altri
due che formano un quintuplice accordo; questo simboleggia senz’altro il
pentacolo massonico; ma il cinque è anche numero femminile, la cifra della
femminilità perfetta, fecondata e depuratasi, attraverso il numero tre,
della negatività del due. Allora la luce finale è forse la femminilità
purificata dall’incontro con il maschio? La vera protagonista dell’opera è
forse Pamina-Iside? Il coro finale rivolgendosi alla coppia sacra canta: “tu
hai vinto il pericolo!/ la consacrazione di Iside ora è tua!”. E’ certo che
Tamino non può accedere all’illuminazione senza Pamina, senza la
purificazione operata dall’acqua.
Se facciamo un raffronto con gli Inni alla notte di Novalis, opera che
avrebbe visto le stampe solo qualche anno dopo, ci sembrerà che i valori del
Flauto Magico siano completamente ribaltati: è la notte, cifra
dell’infinito, dell’amore e dell’intuizione emozionale, la vera chiave
d’accesso ai misteri divini piuttosto che i valori dell’Aufklärung e la
misura classica.
Ma abbiamo visto che la luce non può trionfare senza prima aver inglobato le
ombre, senza aver fatta propria la dimensione emozionale. così la
chiaroveggenza apollinea è il frutto di un invasamento dionisiaco. Così
Tamino, come la sibilla nell’antro delfico, compie un viaggio all’interno
della propria notte e affronta le passioni non per annullarle ma per
equilibrarle.
Ebbene, l’equilibrio di questa tensione è il suono catartico dell’ultimo
Mozart. Amadeus e Tamino hanno varcato il confine della morte e distillato
l’oro filosofale. Il flauto è d’oro e la musica è la quintessenza
dell’eternità: “ci muoviamo ai potenti suoni della musica / lieti nelle cupe
tenebre di morte”. Come equilibristi con semplicità e con sicurezza
olimpica, li vediamo camminare sospesi tra la luce e le tenebre, tra la
follia e la santità: il gioco e la speculazione filosofica alla fine
coincidono nella libertà dell’azione. Il gesto lirico è semplice, lineare,
misurato eppure infinitamente spontaneo. E’ questa l’età dell’oro, la terra
promessa, il tempo mitico della fiaba: “Allora la terra sarà un regno dei
cieli/ ed i mortali uguali agli Dei”.